Hummus, tra guerra e cucina

Hummus, tra guerra e cucina

Lo mangiamo in tanti e lo cuciniamo in molti. Dovrebbe essere un cibo dall’esecuzione semplice, una ricetta non troppo complicata, eppure l’hummus nasconde una certa difficoltà. Facciamo ancora fatica a delineare la sua provenienza o a comprendere la sua storia. In poche parole: cos’è l’hummus? Da dove arriva e perchè lo troviamo ormai in tutti i menù dei ristoranti israeliani?

In verità, tutto ebbe inizio in Medio Oriente, anche se il merito della diffusione lo si deve alla commercializzazione israeliana. L’hummus è una salsa spalmabile, a base di ceci e tahina, tipicamente araba, nata in Medio Oriente, poi adottata e nazionalizzata anche dagli Ebrei di Israele, tanto da essere sempre più associata alla cultura enograstronomica di questa zona.

Com’è quindi possibile che una salsa di origine araba sia diventata nel tempo simbolo della cucina di un altro paese? Di un luogo così culturalmente diverso dal suo intero vicinato, scatenando una “guerra dell’hummus”?

Lo scontro è ancora in atto. In Medio Oriente si sta tuttora discutendo la legittimità del marchio d’origine di questo piatto. Chiaramente, questo conflitto culinario si inserisce all’interno di uno scontro storico-culturale ben più grande: quello tra il resto del Medio Oriente e lo stato d’Israele.

Nelle primissime lezioni di antropologia dell’alimentazione, si scopre che il cibo è indice e indicatore di identità: crea i confini tra “noi” e “loro”. È abbastanza intuitivo: il cibo definisce i gruppi sociali e costruisce il discorso sull’autenticità, su cui si fonda il gastronazionalismo – ovvero il patriottismo alimentare. Dobbiamo poi pensare che, oltretutto, la globalizzazione dei mercati e la crescita del consumo su scala mondiale di hummus hanno determinato un importante aumento del valore economico della cucina nazionale. Si aprono le porte a una rivalità culinaria che si fonda sul concetto di nazione, di cibo autentico e tradizionale. Una guerra per ottenere ampie fette di mercato, di conquista economica.

E i risultati di questo scontro si notano. Nel 2008, un gruppo di industriali libanesi lancia una campagna simbolo – Hands off our dishes – contro l’appropriazione gastronomica, volta proprio a fermare la diffusione del trademarketing israeliano di hummus. Il movente era chiaramente economico, contando anche che le più grandi aziende a monopolio del mercato americano di hummus erano entrambe israeliane.

Guardando poi alla storia del piatto, identifichiamo tre importanti momenti di incontro tra ebrei e salsa di ceci:

1. Negli anni immediatamente dopo la creazione dello Stato di Israele, l’hummus era il cibo dell’Altro: apparteneva a ciò che gli Ebrei non erano; era alimento degli Arabi. Tuttavia, dopo il 1948, con la successiva instaurazione del regime di austerità, il popolo ebraico in Medio Oriente cominciò a cercarsi cibo locale, egualmente calorico e valido dal punto di vista nutrizionale. Dopo la seconda guerra mondiale, la carne scarseggiava; bisognava trovarsi un’alternativa funzionale e disponibile nei mercati della zona. La soluzione era nella salsa di ceci araba. Deliziosa e nutriente.

2. I primi tentativi di creare una nuova cucina d’Israele avvengono nel corso degli anni 50 del Novecento. È in questo periodo che l’hummus diventa “nazionalizzato”, cominciando ad esprimere tratti e valori tipicamente israeliani, sopprimendo l’origine araba. Oltretutto, consumare un cibo strettamente locale facilitava una certa rappresentazione del sé, uno naturalmente legato alla nuova terra occupata. L’hummus diventa cibo legittimo di Israele perché “Israele è stato legittimo, naturalmente e tradizionalmente legato al territorio mediorientale”. Anche l’industria alimentare svolse un ruolo fondamentale nella gastronazionalizzazione israeliana, nella naturalizzazione del cibo orientale. L’azienda Telma Food commercializzò per la prima volta la ricetta dell’hummus nel 1958, segnando il suo ingresso ufficiale nell’industria del cibo. Fu Telma a definire la pietanza come “piatto nazionale d’Israele”, nella sua vendita e pubblicità, trasformando definitamente Gerusalemme nella capitale dell’hummus.

3. Nonostante ciò, sin dalla fine degli anni 80 del Novecento, l’identità araba è lentamente riemersa. Questo cambiamento di rotta lo si deve all’interazione politico-sociale tra Stati mediorientali di quel periodo, che spinse a rivalutare il concetto di autenticità culinaria. Un trend che si realizzò soprattutto nel corso della prima guerra con il Libano. Nei quartieri arabi di Gerusalemme, gli israeliani andavano a caccia dell’autentico hummus. Quello “tradizionale” e meno costoso, concepito come espressione dell’alterità.

In questo frangente, il consumo di cibo appariva come strumento per addomesticare l’ignoto, la paura dell’Altro. Il cibo viene difatti ingoiato, interiorizzato, trasformato per diventare parte del sé. Una mercificazione della differenza che si manifesta nella “cucina etnica”. Qui “mangiare l’Altro” assume una doppia valenza. Finisce per significare innanzitutto un’affermazione di potere, di privilegio, una distinzione dell’io; ma anche una superamento del pregiudizio occidentale/bianco nei confronti dell’Estraneo e del diverso.

Il sociologo Guion ritenne che l’atteggiamento degli Israeliani nei confronti della cucina araba, soprattutto quella palestinese e libanese, riflettesse, più in generale, la marginalizzazione degli Arabi d’Israele. Il tutto risultò in una continua appropriazione di alcuni tratti della cultura culinaria dell’Altro, senza però la volontà di riconoscere e ricordare la reale provenienza. Un colonialismo alimentare che ingloba, demolisce e ricostruisce alcuni aspetti, cancellandone l’origine storico-culturale. L’hummus che prima rappresentava il nemico, ora è parte integrante della storia di Israele e dei suoi menù dei ristoranti, in tutto il mondo.

Il cibo non è solo nutrimento. Ha altri significati: conseguenze e ramificazioni più profonde, che non possono essere ignorate. Se è vero che il cibo unisce, fungendo da “ponte tra popoli”, è anche vero che – in casi come questo – è anche discriminante, elemento di divisione e motivo di conflitto.

Regali buoni per mangiatori ecologici

Regali buoni per mangiatori ecologici

In questo articolo, giuro solennemente di avere buone e pacifiche intenzioni. Però se vi vedo regalare per Natale olio di oliva tagliato e cioccolato non etico, una ciabattata in fronte, in tutta sincerità, non ve la toglie nessuno.

Abbiamo la possibilità di regalare il buono, il giusto e il bello, quando provvediamo agli acquisti natalizi. Vi lascio una lista di cose che metterò sotto il mio alberello – comprato al mercatino dell’usato – di Natale. Prendete e fatene uso, che abbiamo tutti bisogno di quanta più bontà ecologica a scaldarci le prossime notti bianche!

1. Lim Chocolate: iniziamo con rispetto, pazienza e dolcezza. Iniziamo dal cioccolato etico, artigianale e “piemontese”. Il concept è bean to bar, il processo di produzione che parte dalla trasformazione delle fave in massa di cacao, e dalla massa di cacao arriva alla tavoletta finita. Generalmente, molti produttori di cioccolato acquistano direttamente la massa di cacao, per poi trasformala. Questo ha, sì, un costo più basso, richiedendo meno tempo, ma non permette di esprimere un gran controllo sulla filiera e sulla selezione delle materie prime. Federico di Lim Chocolate, invece, compra le fave di cacao da piccoli produttori di Asia, Africa e Sud America. Pagando il giusto prezzo, permette a chi lavora la terra di organizzarsi in cooperative e decidere a quale prezzo vendere, senza sfruttamento e senza impiego di lavoro minorile. Un cioccolato etico, made in Fossano. (Qui lo shop)

2. Ursini Grandi Oli: non c’è regalo migliore di una bottiglia di olio buona. È la base della cucina mediterranea, ma è spesso anche emblema dello sfruttamento della manodopera. Quello di Ursini è invece un olio attento; controllo della qualità e della trasformazione sono obiettivi dello storico frantoio di famiglia. Non volete regalare olio? Male! Avete comunque altre specialità abruzzesi tra cui scegliere. Pestati, sughi, passate di pomodoro, olive, prodotti sottolio e altri condimenti per pasta. Vi dico solo: pestato di melanzane e pomodorini secco. Trovate confezioni regalo per ravvivare ogni dispensa! E sì, avete anche il 10% di sconto su qualsiasi ordine. Basterà usare sul sito di Ursini il codice GIORGIA10% e sarete immediatamente accontentati. (Qui lo shop)

3. Orso Laboratorio Caffè: amanti del caffè autentico e dei viaggi verso mondi lontani, questo è il vostro momento! Approfittatene prima che il cambiamento climatico ci spazzi via le coltivazioni di caffè! Da Orso Laboratorio trovate miscele artigianali e caffè monorigine, frutto del sapiente lavoro di chi da anni si tosta i propri cicchi. Date un’occhiata allo shop online – ma anche al negozio fisico, se siete di Torino – perchè trovate specialty coffee per tutti i palati e per tutte le macchinette. Moka, chemex, french press ed espresso, per trasformarvi nel piccolo chimico di casa. Il mio preferito rimane Indonesia: un monorogine etico di Aceh Tengah, frutto del lavoro di una cooperativa che attualmente conta oltre 300 membri e che, con il suo modello di business, è stata in grado di migliorare le condizioni degli agricoltori della zona. (Qui lo shop)

Il caffè non vi basta? Potete condividere il sapere e allenare il palato, regalando workshop e degustazioni di caffè di vari livelli, sempre da Orso, la caffetteria in San Salvario.

4. Morgana del Re: Ilaria ha la mia età. Coltiva la sua terra, circondata da tre cani, qualche gatto – spesso randagio – e un cavallo (Morgana!). Il suo obiettivo è quello di rimanere a Rondello, Piemonte, e produrre una nocciola di altissima qualità. E lo sta facendo benissimo, battendosi per biodiversità e qualità di trasformazione. Per il processo d’essiccazione dei frutti, Ilaria e i suoi genitori utilizzano ancora il metodo naturale appreso dai nonni: le nocciole vengono lasciate all’aria e al sole. Si ottiene così un’essiccazione più lenta, ma più naturale rispetto ad una forzata. Il risultato è sorprendente: creme, farina, olio “extravergine” di nocciola Piemonte IGP, con caratteristiche organolettiche sorprendenti! (Qui lo shop)

5. Valdisole vini: di vite si vive. A Corneliano d’Alba, nel cuore delle Langhe, del Roero e del Monferrato, due cuori giovani e innamorati della vita producono vino naturale. Hanno ridotto al minimo di processi chimici, sperimentando con gli orange wines – ovvero quei vini ottenuti dal prolungato contatto con le bucce dell’uva prima con il mosto, poi con il “quasi vino”. Hanno anche etichette più classiche, come Nebbiolo e Arneis. Così non vi sbagliate! (Qui il sito)

6. Mieli Thun: la mia dichiarazione d’amore per chi ha rivoluzionato l’apicoltura italiana già ce l’avete. Vi ricordo solo che il miele non è un alimento su cui scherzare. Le api uniscono il cielo con la terra, con la loro danza e importanti nutrienti. Generano il regalo più grande: la vita. Senza api, chissà ora dove saremmo! Natale è un ottimo momento per celebrarle con chi lavora al loro fianco, ogni giorno. Anche qui, trovate le confezioni regalo e formato degustazione, per tentare di rendere più dolce e unico questo Natale così diverso. (Qui lo shop)

C’è olio e olio: perché l’olio non può costare troppo poco?

C’è olio e olio: perché l’olio non può costare troppo poco?

Articolo realizzato in collaborazione con Ursini Grandi Oli.

No, gli oli non sono tutti uguali. Quando andiamo al supermercato, spesso ci limitiamo a guardare solo ed unicamente il prezzo degli alimenti che mettiamo nel carrello, dimenticandoci quanto fondamentale sia la filiera e la lavorazione della materia prima. E sì, tutto questi dimenticarsi accade soprattutto con l’olio, ingrediente fondamentale nelle nostre cucine.

Ogni giorno, in particolare qui in Italia e nei paesi mediterranei, usiamo l’olio per cucinare, condire e preparare i nostri piatti, senza pensare veramente a ciò che abbiamo tra le mani. La verità è che un litro di olio non può costare 1,99€ al supermercato. Non è olio EVO e forse non andrebbe nemmeno considerato olio per usi alimentari.

Iniziamo dalle basi: qual è il significato del termine EVO e perché non può costare 1,99€?

OLIO EXTRAVERGINE D’OLIVA: ovvero EVO, denominazione ufficiale, regolamentata dall’Unione Europea. Stabilisce di poter inserire in questa tipologia solo “oli di categoria superiore, ottenuti direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici”.
Le olive devono quindi essere fresche e di prima qualità. Verranno raccolte e spremute, senza subire alcun trattamento se non quello del lavaggio, centrifugazione e filtrazione. Basta. Finita lì.

C’è da dire, però, che non tutto l’olio che troviamo sul mercato, seppure con il marchio Made in Italy, è italiano. Accade che la produzione italiana non riesce ad alimentare e rispondere all’ampia richiesta di olio; questo perciò viene spesso contraffatto con altri grassi vegetali o olive di provenienza estera. Molto di quanto venduto nei nostri supermercati non sarebbe quindi nemmeno da indicarsi come extravergine, perché frutto di miscelazione di oli di categorie e qualità diverse, combinati artificiosamente in laboratorio per rientrare unicamente nei parametri chimici di ciò che chiamiamo EVO. Questo malaffare rischia di mettere in ginocchio la qualità e la produzione dei frantoi che lavorano nel rispetto della terra e della tracciabilità del prodotto. Con ogni probabilità, è il prezzo basso a fungere da campanello d’allarme per la contraffazione. Il processo è semplice: si prende una minuscola percentuale di olio extravergine e lo si taglia con l’olio lampante – ovvero olio non commestibile, sgradevole per gusto e odore. Tutto ciò arginerà chiaramente il prezzo, permettendo di arrivare al consumatore finale abbattendo i costi. Spesso viene anche venduto in bottiglie di plastica, anziché in vetro (questo perchè il costo di produzione del vetro è più alto rispetto al PET, ma il vetro rimane necessario per una corretta conservazione del prodotto).

COME SCEGLIERE? La scelta dell’olio dipende in primis dal gusto personale, ma non può MAI prescindere dalla qualità. Saranno l’area geografica di coltivazione, le condizioni climatiche, il grado di maturazione delle olive e il know-how del produttore a fare la differenza tra olio e olio. Detto ciò, imparare a conoscere il mondo dell’olio e la realtà dei frantoi può aiutarci nel barcamenarci tra il vasto – e spesso confuso – orizzonte della scelta. La campagna per l’olio 2020-2021 si sta per concludere: quale momento migliore per trovare il nostro prossimo fedele compagno in cucina?
Da maggio, sto testando l’olio abruzzese di Ursini; il territorio in cui sono immersi gli ulivi garantisce caratteristiche geomorfologiche e microclimatiche uniche. Per legge e per garantire un’alta qualità, Ursini Grandi Oli lavora immediatamente le olive nel loro storico frantoio di famiglia, con frangitore a martelli e gramole in tenuta stagna, in assenza di ossigeno. L’olio è quindi estratto a freddo (a 23°). Solo così si può preservare i sapori e gli odori delle diverse varietà di olive, ottenendo un’aroma fruttato e piccante. Solo così può essere venduto come olio extravergine di oliva.

Se volete avvicinarci all’olio buono, al patrimonio enogastronomico italiano e alla produzione etica, qui potete esplorare il variegato mondo di Ursini. E sì, c’è anche il mio codice sconto personale, GIORGIA10%, per avvicinarvi all’olio EVO, quello vero. Fatene buon uso: ora non avete più scuse!

Comprare scarpe sostenibili non è più un’utopia

Comprare scarpe sostenibili non è più un’utopia

La scarpe sono un tipico prodotto dell’industria della moda fast e consumista. La verità è che siamo stati abituati male: compriamo un paio di scarpe da ginnastica ad ogni inizio stagione, facendoci guidare da trend effimeri e passeggeri, senza troppo pensare alla qualità o, addirittura, al nostro conto in banca.

Consideriamo innanzitutto che, secondo i dati Unicef, il lavoro minorile è ancora largamente impiegato, soprattutto nel settore del fashion. Molti bambini e bambine vengono prelevati da aree rurali, di paesi come il Bangladesh e l’India, per lavorare senza protezioni o tutele nelle fabbriche, non a norma, delle città. Questo avviene perchè gran parte della catena di approvvigionamento e produzione richiede manodopera poco qualificata e a costi ridicoli. Nella raccolta del cotone, ad esempio, il lavoro minorile è uno scoglio importante: i datori di lavoro preferiscono assumere i bambini per le loro dita piccole e snelle, poichè non danneggerebbero il raccolto. Vengono così impiegati nella raccolta e nell’impollinazione manuale delle piante di cotone, ma anche nella fase di taglio, cucito e assemblaggio.

Altro elemento da tenere a mente è il costo ambientale della produzione. Gli scarti produttivi, gli agenti chimici inquinanti, il packaging insostenibile e la concia della pelle con metalli pesanti sono le prime conseguenze di una produzione di scarpe nociva per persone ed ambiente. Qui voglio invitarvi a ragionare insieme a me: una realtà possibile e alternativa esiste già. Rivalutiamo il nostro modo di consumare. Non siamo solo spettatori: possiamo diventare co-produttori, finanziando e motivando una cambiamento; per una moda che sia inclusiva, rispettosa e sicura per tutti – Pianeta compreso.

1- WOMSH
Iniziamo col botto. Dal 2014, Womsh produce scarpe ecosostenibili nel completo rispetto della Terra. La trasparenza è ciò che li rende unici: progettano, fabbricano e confezionano scarpe e stivali in Italia, scegliendo attentamente le materie prime e i fornitori. Manifattura artigianale italiana e produzione etica sono alla base del modello produttivo di Womsh.
L’azienda si alimenta per il 90% di energia pulita, ottenuta da fonti rinnovabili. La pelle utilizzata è ottenuta dagli scarti produttivi di sola origine europea. In questo modo, si limitano gli sprechi e si rimettono in circolo le risorse. Inoltre, nel realizzare la pelle concia vengono adoperate materie prime atossiche; in questo modo si può contiene la produzione di rifiuti pericolosi e di emissioni nocive per la salute e per l’ambiente.
It’s a win-win!

Womsh è stata anche tra le prime aziende di scarpe eco-friendly a realizzare una linea totalmente vegana, a base di Apple Skin. Si tratta di un materiale nuovo, tutto italiano, realizzato a partire da materie prime biodegradabili, provenienti da fonti rinnovabili. Una similpelle ottenuta dalle bucce e scarti produttivi della produzione di mele. Rivoluzionarie!

Qui il link per lo shop di Womsh.

2- ID EIGHT
Sneakers genderless, realizzate con foglie di ananas, raspi e semi d’uva, bucce e torsoli di mele, cotone biologico e plastica riciclata. Sono scarpe disancorate dei vecchi e malsani concetti della fast fashion; l’obiettivo è quello di creare un progetto circolare ed inclusivo, dove al centro ci sono l’ambiente e le persone che lo vivono.

La struttura di ID EIGHT è quella della slow fashion. Due modelli di scarpe – Hani e Duri – ispirati ai colori e all’estetica degli anni ‘90, entrambi rivolti a qualsiasi genere. Basta con il binomio uomo-donna. Non c’è stagionalità o ritmi forsennati: si segue una produzione lenta e virtuosa, senza sfruttamento dei lavoratori o del suolo.

Anche qui, le scarpe sono cruelty free! La pelle non è di origine animale, ma ottenuta invece dalla bio-polimerizzazione delle bucce e scarti produttivi di mele, prevenienti da aziende italiane. Mentre il Pinatex è realizzato con foglie di ananas, coltivate eticamente nelle Filippine.

Qui il link per lo shop di ID EIGHT.

3- WILDLING SHOES
È come camminare scalzi! I due fondatori hanno scelto di produrre scarpe innanzitutto per i loro figli, cresciuti a piedi scalzi in Israele. La maggior parte della scarpe che usiamo, soprattutto quelle per bambini, finiscono per modificare e alterare in negativo la crescita del piede, a causa di una struttura della suola pensata male. È proprio qui che interviene Wilding Shoes! Ispirandosi ai ninja boots giapponesi e rivoluzionando la suola, l’azienda tedesca riesce a offrire ad adulti e piccini una flessibilità assoluta nei punti di maggior pressione per il piede.

I materiali impiegati nella realizzazione della scarpe sono tutti naturali e sostenibili; cotone biologico, canapa, lana cotta e sughero, provenienti da produzioni e piccole imprese europee e/o tedesche. La trasparenza e la garanzia sono fondamentali nella visione dell’azienda. Non c’è sovrapproduzione! Insomma, queste scarpe ci rimettono in contatto con la natura, con il suolo che calpestiamo ogni giorno, per esplorare in modo sostenibile il Pianeta che abitiamo, senza però tradire i nostri piedi!

Qui il link per lo shop di Wildling.

Nota bene: tutte le scarpe da me menzionate in questo articolo sono state valutate, testate e approvate dei miei stessi magici piedini. Hanno perciò superato a pieni voti le mie ferree analisi: sono Gigi approved!

La sostenibilità va in vacanza: costumi Eco-friendly e Made in Italy

La sostenibilità va in vacanza: costumi Eco-friendly e Made in Italy

Per una volta, scelgo di empatizzare con voi amanti dell’estate – che, guarda caso, siete anche quelli che abitano al mare e hanno zero peli sul corpo marmoreo (scusate, niente risentimento). Per una volta, chiudo entrambi gli occhi e pubblico un post dedicato all’estate e ai suoi costumi da bagno – o swimwear, se vogliamo fare gli anglosassoni – interamente sostenibili.

I problemi di inquinamento dell’industria tessile ormai non sono più (si spera) una novità alle orecchie dell’opinione pubblica. Lo sappiamo, i processi di produzione di questo settore comportano un eccessivo consumo di acqua e impiego di sostanze chimiche, che spesso vengono deliberatamente disperse nell’ambiente. Parliamo di costi sociali ed ambientali talmente alti da aver reso la moda il secondo settore più inquinante al mondo. Un bel problemone per noi Occidente consumista fino al midollo!

E’ tempo di rivoluzione, per la Terra e per i lavoratori. Abbiamo bisogno di una rivalutazione dei processi produttivi; di una maggiore attenzione alle condizioni di lavoro del personale e alle materie prime impiegate. Non si può pensare di poter vendere in Italia, delocalizzando la produzione in Bangladesh o Etiopia per abbassarne i costi. Non si può più acquistare un costume a 15€, senza sapere chi lo ha cucito e a quale prezzo.

Eccovi quindi una lista di brand di swimwear – dai, facciamo gli anglosassoni per benino – davvero attenti all’ambiente e ai lavoratori. Ho scelto marchi prevalentemente italiani, con fabbriche e stabilimenti in Italia o Europa, dove i controlli sulla qualità del lavoro sono notoriamente più frequenti. No brand di capi disegnati a Parigi, per poi essere prodotti in Cina, per intenderci.

CasaGIN – Made in Italy: abiti, intimo e costumi da mare realizzati consapevolmente, in armonia con il ritmo lento della natura. I tessuti impiegati nella produzione sono in fibre vegetali biodegradabili, prodotti a partire da materie prime rinnovabili. Eucalipto, legno di faggio, plastiche rigenerate e cotone organico si mescolano per creare la loro linea estiva.
Nello specifico, i costumi sono in ECONYL (al 78%); si tratta di un materiale a base di un filo di nylon rigenerato, recuperato dagli scarti di reti da pesca o boe. (qui il loro sito)

Balajanas – Made in Italy: altro brand totalmente italiano – sardo, per la precisione – che utilizza il filo di nylon rigenerato ECONYL. Questo tessuto ecologico è in grado di assicurare un alto grado di vestibilità, resistendo anche ad abrasioni, salsedine e creme solari. (qui il sito)

SOSEATY: Il progetto è di una start up veneta, che ha fatto dell’economia circolare il suo punto di forza. I pantaloncini da uomo sono realizzati in poliestere riciclato (SEAQUAL), recuperato attraverso la pulizia degli oceani e la trasformazione della plastica delle bottiglie. Nella linea donna, invece, ritroviamo il buon vecchio ECONYL menzionato prima, questa volta con nylon rigenerato al 65%.
Tutti i materiali impiegati provengono da siti non più lontani di 300 km dal centro di produzione, in modo tale da minimizzare – quanto possibile – le emissioni di CO2 in termini di trasporto. (qui il loro sito)

Repainted – Italian Beachwear: una moda locale, artigianale con capi realizzati a partire da filato ECONYL, resistente a raggi UV, cloro e solari. Dal design particolare e ricercato, rappresenta un piccolo investimento destinato a durare molto più che una collezione o una sola estate. Chiaramente tutto italiano, dai materiali agli stabilimenti produttivi. (qui trovate la collezione 2020)

AllSisters: brand che produce responsabilmente in Spagna, utilizzando materiali eco, certificati italiani. Realizza bikini e pezzi unici dal taglio timeless e chic – modo ricercato per dire “ne prenderei due pure io, grazie!”. Secondo il sito di rating tessile Good On You, non è chiaro se garantisca o meno un minimo salariale, ma trattandosi di una produzione spagnola possiamo (quasi) starne certi. (Qui per maggiori info)