La parità di genere e il clima che cambia: ecofemminismo e moda sostenibile

La parità di genere e il clima che cambia: ecofemminismo e moda sostenibile

Come sono collegati femminismo intersezionale, lotta ai cambiamenti climatici e moda sostenibile?

Il filo rosso che unisce questi macro aspetti in realtà non è così sottile come crediamo. Anzi, è piuttosto evidente quanto ad intervenire sulle disuguaglianze di genere ci sia anche il cambiamento climatico.

Il 24 Aprile 2013 crolla il Rana Plaza, un edificio di 8 piani situato a Dacca, in Bangladesh. Sono 1129 le vittime del crollo strutturale, in gran parte donne giovanissime, vittime di un settore tessile piegato alle logiche sporche e fast della mentalità occidentale. 

E’ nell’industria del fast fashion che la maggior parte delle donne trova impiego. Un lavoro certo meccanico e monotono, ma soprattutto pericoloso, non redditizio e, comunque, indubbiamente necessario per provvedere al sostentamento della propria famiglia. Non si studia, si lavora fino alle 16 ore al giorno, nelle fabbriche di abiti destinate ai negozi dei marchi europei e nordamericani

Con vaste aree del Paese situazione a meno di 10 metri sul livello del mare, sono drammatiche le prospettive del Bangladesh, che a causa dei cambiamenti climatici in corso subirà con frequenza crescente alluvioni e inondazioni. Si tratta di uno dei paesi più esposti alle conseguenze terribili dell’emergenza che stiamo vivendo. Ma se i cambiamenti climatici avanzano, la distruzione dei terreni agricoli e l’impoverimento dei suoli sono all’ordine del giorno, e acqua e fonti di reddito scarseggiano, quali altre alternative ci sono se non quella di abbandonare tutto e trasferirsi nei grandi centri urbani come Dacca? Qui le donne si arrabattano come meglio possono. Aumentano i matrimoni prima dei 18 e, addirittura, 15 anni. 

Oltre al fenomeno delle spose bambine, aumentano esponenzialmente anche le giovani donne in cerca di reddito. Per poche rupie, sono queste le donne che ritroviamo nei grandi centri produttivi come il Rana Plaza, piegate a cucire abiti destinati ad un mercato globale, che li getterà via con l’arrivo dell’ultima collezione, la settimana successiva. Uno spreco di risorse naturali e umane quello del fast fashion. Vi invito a ragionare su questo, sulle connessioni tra i nostri acquisti smodati e i crolli degli edifici nelle aree del sud-est asiatico e/o a sud del mondo.

Chiedersi chi ha partecipato alla raccolta e filatura del cotone, quanto sia stato pagato e quale prezzo si è intascato il produttore è necessario tanto quanto il calcolo dell’impatto ambientale. Non possiamo più concepire come slegati macro aspetti di un sistema economico che esternalizza i propri costi su ambiente e persone. 

I titoli ‘verdi’ (ma non solo) di Aprile

I titoli ‘verdi’ (ma non solo) di Aprile

Ho controllato i vecchi post del blog. La sorte vuole che, esattamente un anno fa, con l’inizio del primo lockdown, pubblicassi la prima lista pubblica di libri da quarantena. Non mi aspettavo (lo ammetto: ero fin troppo speranzosa) un ritorno all’utilizzo della segnaletica semaforica covidiana anche in questo 2021. Sognavo che il rosso, l’arancione e il giallo delle regioni lasciassero più spazio al VERDE-SOSTENIBILE. Inutile dirvi che così non è stato. Lo sapete meglio di me.

Il rossissimo mese di Aprile ci ha lasciato giornate di solitaria tristezza, da dedicare alle tisane al finocchio e alla lettura intensiva. Ed ecco che nasce l’idea geniale e mai vista prima – cogliete l’ironia – di racchiudervi in pillole le recensioni dei testi più verdi che ho avuto modo di ritrovarmi tra le mani nell’ultimo mese. Lo dico subito, vostro Onore. Alcuni dei testi che andrò a citare sono stati un regalo – ben gradito – di alcune case editrici, la quali, inorridendo difronte al mio conto in banca, hanno deciso di omaggiarmeli.

  1. LA PLASTICA NEL PIATTO – Silvio Greco. Un grande classicone in tema alimentazione consapevole, edito da Giunti e Slow Food Editore. Come e quando siamo diventati plasticofagi? Il video della tartaruga marina con una cannuccia incastrata nel naso ha fatto il giro del mondo e del web. Ormai, grazie alle innumerevoli campagne di sensibilizzazione, il degrado degli oceani e lo stato pietoso dei nostri mari sono ben noti ai più. Meno chiara è la pervasività del problema plastiche. Non sono più sole le balenottere a manifestare, al momento delle necroscopie, polimeri termoplastici nel proprio stomaco. Come ci dice il professor Greco, autore di questo saggio, la plastica è ovunque; la respiriamo, la beviamo e la mangiamo ogni giorno. Non è più ‘solo’ una questione di ambientalismo. Si parla di salute, se la nostra dieta ormai prevede abbuffate di nanoplastiche e all you can eat di microplastiche, tanto da arrivare ad ingerirne 5 gr a settimana. Guarda caso, pari al peso di una carta di credito. Ironico, non trovate?

  2. VESTIRE BUONO, PULITO, GIUSTO – Dario Casalini. Questa non ve l’avevo raccontata. Ho incontrato Casalini un mesetto fa, qualche giorno prima dell’uscita del suo ultimo libro. Una collega voleva presentarmelo, facendomi così avere anche una sua copia firmata. Ma siccome il testo lo avrei avuto tra le mani il giorno successivo, assecondando la mia natura frugale e parsimoniosa, declinai subito l’invito. “Sai, non vorrei sprecare!”. La mia anima ecologista mi aveva spinta a rifiutare il dono proprio davanti a Casalini, nascosto dietro la mia collega, armato di penna per l’autografo e buona volontà. Figura di merda fatta, ma perlomeno posso dire che il libro poi lo lessi in meno di una settimana. Illuminante e scorrevole. Ottimo per i beginners dello Slow Fashion. (Scusami ancora, Dario!)

  3. UNA VITA DA RICOSTRUIRE Brigitte Riebe. Non è un saggio, ma il primo libro di una trilogia di romanzi quasi storici, ambientati tra le rovine berlinesi del secondo postguerra. La storia delle sorelle Ku’mann, nate in una famiglia tedesca numerosa, costrette a fare i conti con le difficoltà economiche e sociali dell’epoca. Lo inserisco nelle letture verdi di questo mese per il leitmotiv tessile che lega le protagoniste del romanzo alla moda odierna; la necessità di immaginare e costruirsi un futuro diverso, un domani possibile solo grazie ad un intervento radicale sul settore del tessile. Non c’è più tempo per autocommiserazione o dubbio; c’è solo spazio per l’azione. Come le sorelle Ku’mann hanno rivoluzionato la moda della Germania post-nazionalsocialista, (con tutte le complessità del caso) così tocca a noi, oggi. Prendiamole misure, tiriamoci su le maniche e cambiamo approccio al fashion.

  4. METTETE ORTI SUI VOSTRI BALCONI – Matteo Cereda. Chi ha detto che gli ortaggi non possano essere coltivati in vaso? Un trattato di ecologia filosofica, un manuale pratico sotto forma di inno alla rivoluzione verde, che questa volta ha inizio dalle città. O meglio, dai suoi balconi. Consociazioni, irrigazione, semine e trapianti. Tutto quello che devi sapere per imitare la natura sul tuo terrazzino urbano lo trovi qui dentro. Sbagliare diventa complesso se a spiegarti la teorica (e anche la pratica) c’è Cereda. Considerando che la primavera è iniziata, ma il lockdown non è ancora finito, vi serviranno attività con cui intrattenere i bambini della famiglia e i bambini che albergano ancora le vostre anime.

  5. IL CIBO CHE CI SALVERA’ – Eliana Liotta. Non c’è una sola ricetta per salvare il clima. Le diete per il Pianeta sono diverse; adatte e adattabili ad ogni gusto e stile di vita. Lo spiega bene Liotta, comunicatrice scientifica e giornalista italiana, in questo recentissimo testo edito da La Nave di Teseo. Sebbene alcuni dati potrebbero essere meglio approfonditi, apprezzo la volontà di informazione sulle diverse svolte ecologiche e applicazioni a tavola. Foer fece da apripista nell’editoria internazionale e Liotta lo segue, mettendo in luce le conseguenze climatiche di una dieta troppo animali-dipendente, serve per forza ‘veganizzare’ sul posto il lettore.

  6. SCEGLIERE IL FUTURO – Christiana Figueres e Tom Rivett-Carnac. Come sarà il nostro futuro, se riusciremo a stare entro la soglia dei 1,5 gradi di riscaldamento? Che aspettativa di vita avremo, se invece questo non dovesse accadere? Il mondo che dobbiamo cercare di creare, con disperato ottimismo, ci obbliga a ripensare il nostro modo di vivere e concepire le sociali interconnessioni terrestri. Punto per punto, Figueres e Rivett-Carnac (due tra le più autorevoli voci diplomatiche internazionali) ci aiutano a recuperare le forze e lo spirito d’iniziativa per affrontare le incertezze prossime, figlie della crisi climatica in atto. La ricetta per il successo? Outrage e optimism, ovvero caustica indignazione e impetuosa fiducia.
Onlus, donazioni e cura ambientale: a chi lasci il tuo 5×1000?

Onlus, donazioni e cura ambientale: a chi lasci il tuo 5×1000?

La puoi sentire nell’aria, ma non è primavera! È tempo di dichiarazione dei redditi per i buoni cittadini-contribuenti. Una quota dell’IRPEF, come ogni anno, la lasceremo a enti e associazioni che svolgono compiti apprezzabili, socialmente e ‘ambientalmente’ utili. La scelta è ardua, sicché le attività che vorremmo supportare sono tante, ma il 5×1000 (almeno il mio) è poco. Allora, si fa quel che si può; si dona bene quel poco che c’è, a chi cerca di fare la differenza.

Quindi, a chi donare? Qui sotto una lista di organizzazioni senza scopo di lucro, che si battono per la conservazione del Pianeta e delle sue specie animali (compresa la nostra – maledetta!).

1. SEA SHEPHERD: la fortuna degli eco-pirati è stata finire nel documentario del momento. Con “Seaspiracy” (produzione Netflix sull’impatto ambientale della pesca), la Sea Shepard si è conquistata frotte di nuovi ammiratori. D’altronde, il ‘mazzo tanto’ se lo fanno, mettendo in pratica azioni dirette contro la pesca illegale, lo sfruttamento degli oceani e la caccia alle specie marine protette. (Per maggior informazioni: clicca qui)

2. FONDO FORESTALE ITALIANO: onlus che nasce a Roma, avendo a cuore la biodiversità forestale del nostro Bel Paese. Non ha fini di lucro ed opera acquistando e conservando boschi. In questo modo, li conserva e li lascia nel loro stato naturale, senza effettuare tagli a scopo economico. Boschi e terreni del Fondo Forestale Italiano diventano risorse ambientali conservate a vantaggio delle locali popolazioni; sono gestite perciò da gruppi locali di associati che, mantenendo fede allo Statuto dell’associazione, agiscono come interfaccia con le comunità locali. (Per maggiori informazioni: clicca qui)

3. ELIANTE: cooperativa sociale italiana che opera nel campo della sostenibilità ambientale, formando individui ed educando alla protezione ambientale, spingendo sulla convivenza con i grandi carnivori. Un progetto particolarmente interessante è ‘Pasturs’; hanno formato diversi volontari per aiutare i pastori delle Alpi Orobie della Bergamasca a convivere con lupo e orso, senza conflitto. Al centro c’è l’idea di un mondo ambientalista, fondato sulla conoscenza e il rispetto per la vita di tutti. (Per maggiori informazioni: clicca qui)

4. FONDAZIONE SLOW FOOD PER LA BIODIVERSITÀ ONLUS: movimento internazionale in difesa della cultura cultura gastronomica e no profit, Slow Food è impegnata a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi. Il cibo – diritto di ogni essere vivente – deve essere buono, pulito e giusto. Nessuno deve morire per ciò che mettiamo nel nostro piatto. L’associazione sostiene i piccoli produttori – specie quelli a sud del mondo – acquistando attrezzature, offrendo formazione, difendendo la biodiversità agricola, promuovendone i prodotti in manifestazioni internazionali. (Per maggiori informazioni: clicca qui)

5. A SUD: come costruire ponti di solidarietà attiva tra Nord e Sud del mondo? La cooperazione internazionale è la chiave di volta, insegnando come quello che accade nel piccolo, in zone anche remote del nostro Paese, è specchio di quello che accade dall’altra parte del Pianeta, e viceversa. Che la devastazione dell’Amazzonia ecuadoriana o del Delta del Niger da parte delle grandi multinazionali di casa nostra è la stessa che distrugge le nostre comunità – in Basilicata come in Veneto o in Sicilia – che crea deserto sociale, disoccupazione, malattie. (Per maggiori info: clicca qui)

6. UNO CHEF PER ELENA E PIETRO: l’unica scuola di cucina gratuita la mondo, situata in Calabria; è nata con lo scopo di garantire un futuro sostenibile e brillante a giovani calabresi, partendo da una valorizzazione delle materie prime e dal rispetto per il proprio territorio. Il direttore dell’associazione – ovviamente a titolo gratuito – è Silvio Greco, biologo marino e dirigente di ricerca della stazione zoologica A. Dohrn. (Per maggiori info: clicca qui)

7. ESSERE ANIMALI: associazione italiana che realizza indagini in allevamenti intensivi e macelli, per raggiungere milioni di persone con la diffusione delle immagini su media e televisioni.  Documentano la crudeltà e denunciano i maltrattamenti, facendo leva e pressione sulle Istituzioni per chiedere cambiamenti legislativi e sulle aziende per spingerle a migliorare le loro politiche. L’obiettivo è la registrazione di un cambio nel sistema alimentare che metta fine allo sfruttamento degli animali e sia più sostenibile per il pianeta. (Per saperne di più: clicca qui)

8. FONDAZIONE CETACEA ONLUS: organizzazione no profit fondata nel 1988 con lo scopo di tutelare l’ecosistema marino, soprattutto adriatico, attraverso attività di divulgazione, educazione e conservazione. Ormai da diverso tempo, grazie all’aiuto di volontari veterinari e biologi, si occupano di soccorrere animali in difficoltà, gestendo il centro di recupero di tartarughe e altri animali selvatici marini. Nel Centro sono state curate e restituite al mare oltre 500 tartarughe marine, con un incremento notevole negli ultimi anni. La Fondazione interviene anche su tutte le tartarughe spiaggiate già morte per raccogliere dati in merito alla salute del nostro mare: le tartarughe infatti sono un indicatore biologico delle condizioni di salute del nostro mare. (Per avere ulteriori dettagli: clicca qui)

La moda Genuina, Innovativa e Naturale: CasaGIN

La moda Genuina, Innovativa e Naturale: CasaGIN

Cosa significa fare moda etica e sostenibile? Quali sono i rischi d’impresa? Come nasce un’idea? Sono tutte domande che ho rivolto a chi si impegna ormai da anni per una produzione tessile italiana più pulita.

A Daniela, l’esperienza in India cambia la vita. L’incontro con la natura la spinge a compiere una scelta coraggiosa e rivoluzionaria: rispettare l’ambiente, le persone e i materiali, trasformando in meglio la moda italiana. Ed è così che nasce CasaGIN; partendo per un viaggio lontano, da un amore per il Pianeta, dalla ricerca di sé. Così muove i primi passi il brand fatto per chi “le cose le vuole fatte bene”. Partendo dall’intimo – ovvero la parte che resta più a lungo a contatto con il nostro corpo – ci si impegna a essere più sinceri e autentici. Genuini, per natura. Daniela e i suoi amici fondano un piccolo sogno nel 2017, autofinanziandosi. Sono tra i primissimi italiani a scommettere in un futuro in armonia con le risorse del Pianeta, credendo fino in fondo nella possibilità di una moda diversa, inclusiva e sostenibile.

MATERIALI – faggio, eucalipto, cotone organico e plastica riciclata
Come ormai sappiamo, l’autentica sostenibilità inizia dalla produzione e dalla scelta dei materiali. Tuttavia, no, non basta usare cotone “organico” per spacciarsi come eco-friendly. Serve uno sforzo maggiore per essere sostenibili. Nel caso di CasaGIN, la selezione, la filatura del cotone e la produzione tessile avvengono in Italia – più precisamente tra Veneto e Friuli. I materiali scelti non solo sono certificati e naturali, ma provengono da aziende e foreste a ridotto impatto ambientale.

È il caso della polpa del legno di faggio, un prodotto formidabile da cui si estrae il tessuto di origine naturale TENCEL™ Modal. L’azienda austriaca che ha sviluppato questa innovazione unica certifica l’intero ciclo produttivo del ‘fiocco di Modal’, che viene poi preso e trasformato qui in Italia. Dispone della certificazione internazionale FSC, indipendente e di parte terza, specifica per il settore forestale e i prodotti derivati proprio dalle foreste. La lavorazione avviene a circuito chiuso, con un recupero del 99% delle sostanze di sintesi impiegate; queste non vengono quindi disperse nell’ambiente, ma riqualificate e riutilizzate nel ciclo produttivo. Altra straordinarie proprietà: la resistenza e la morbidezza. Si tratta di un tessuto biodegradabile, altamente igroscopico e resistente all’usura. Insomma, è fatto bene ed è fatto per durare.

Dalla trasformazione del legno di eucalipto, CasaGIN ricava il suo TENCEL™ Lyocell, da impiegare nei tessuti d’abbigliamento. La produzione di questa fibra naturale è ritenuta estremamente sostenibile, in quanto ecologica ed economica. Cresce in fretta, senza impiego invasivo di pesticidi o dispendio d’acqua, con una produttività 10 volte più alta rispetto a quella del cotone. Il risultato è un tessuto morbido sulla pelle; come seta, ma resistente a lavaggi e usura. Per la sua composizione, la fibra di eucalipto provvede poi anche a una compensazione termica tale da rendere il tessuto caldo d’inverno e fresco d’estate.

Arriviamo al tanto discusso cotone organico. Una grande distinzione tra CasaGIN e altri marchi velatamente sostenibili è la provenienza e filatura del cotone. Questi passaggi avvengono in Italia, con un controllo garantito sulla filiera. Importante nota da tenere sempre a mente: è certificato GOTS (GLOBAL ORGANIC TEXTILE STANDARD), ovvero la più importante certificazione del cotone, in quanto sottolinea una doppia trasparenza; l’origine biologica e a minor impatto ambientale della materia prima, con grande attenzione agli aspetti etici nell’impiego della manodopera.

Per provare la natura sulla vostra pelle- in casa, fuori casa e quando fate movimento – avete il 10% di sconto, con il codice ggalaskacg10, su qualsiasi capo di CasaGIN (qui il link per esplorare il loro mondo armonioso e capire di più sulla moda lenta).

Hummus, tra guerra e cucina

Hummus, tra guerra e cucina

Lo mangiamo in tanti e lo cuciniamo in molti. Dovrebbe essere un cibo dall’esecuzione semplice, una ricetta non troppo complicata, eppure l’hummus nasconde una certa difficoltà. Facciamo ancora fatica a delineare la sua provenienza o a comprendere la sua storia. In poche parole: cos’è l’hummus? Da dove arriva e perchè lo troviamo ormai in tutti i menù dei ristoranti israeliani?

In verità, tutto ebbe inizio in Medio Oriente, anche se il merito della diffusione lo si deve alla commercializzazione israeliana. L’hummus è una salsa spalmabile, a base di ceci e tahina, tipicamente araba, nata in Medio Oriente, poi adottata e nazionalizzata anche dagli Ebrei di Israele, tanto da essere sempre più associata alla cultura enograstronomica di questa zona.

Com’è quindi possibile che una salsa di origine araba sia diventata nel tempo simbolo della cucina di un altro paese? Di un luogo così culturalmente diverso dal suo intero vicinato, scatenando una “guerra dell’hummus”?

Lo scontro è ancora in atto. In Medio Oriente si sta tuttora discutendo la legittimità del marchio d’origine di questo piatto. Chiaramente, questo conflitto culinario si inserisce all’interno di uno scontro storico-culturale ben più grande: quello tra il resto del Medio Oriente e lo stato d’Israele.

Nelle primissime lezioni di antropologia dell’alimentazione, si scopre che il cibo è indice e indicatore di identità: crea i confini tra “noi” e “loro”. È abbastanza intuitivo: il cibo definisce i gruppi sociali e costruisce il discorso sull’autenticità, su cui si fonda il gastronazionalismo – ovvero il patriottismo alimentare. Dobbiamo poi pensare che, oltretutto, la globalizzazione dei mercati e la crescita del consumo su scala mondiale di hummus hanno determinato un importante aumento del valore economico della cucina nazionale. Si aprono le porte a una rivalità culinaria che si fonda sul concetto di nazione, di cibo autentico e tradizionale. Una guerra per ottenere ampie fette di mercato, di conquista economica.

E i risultati di questo scontro si notano. Nel 2008, un gruppo di industriali libanesi lancia una campagna simbolo – Hands off our dishes – contro l’appropriazione gastronomica, volta proprio a fermare la diffusione del trademarketing israeliano di hummus. Il movente era chiaramente economico, contando anche che le più grandi aziende a monopolio del mercato americano di hummus erano entrambe israeliane.

Guardando poi alla storia del piatto, identifichiamo tre importanti momenti di incontro tra ebrei e salsa di ceci:

1. Negli anni immediatamente dopo la creazione dello Stato di Israele, l’hummus era il cibo dell’Altro: apparteneva a ciò che gli Ebrei non erano; era alimento degli Arabi. Tuttavia, dopo il 1948, con la successiva instaurazione del regime di austerità, il popolo ebraico in Medio Oriente cominciò a cercarsi cibo locale, egualmente calorico e valido dal punto di vista nutrizionale. Dopo la seconda guerra mondiale, la carne scarseggiava; bisognava trovarsi un’alternativa funzionale e disponibile nei mercati della zona. La soluzione era nella salsa di ceci araba. Deliziosa e nutriente.

2. I primi tentativi di creare una nuova cucina d’Israele avvengono nel corso degli anni 50 del Novecento. È in questo periodo che l’hummus diventa “nazionalizzato”, cominciando ad esprimere tratti e valori tipicamente israeliani, sopprimendo l’origine araba. Oltretutto, consumare un cibo strettamente locale facilitava una certa rappresentazione del sé, uno naturalmente legato alla nuova terra occupata. L’hummus diventa cibo legittimo di Israele perché “Israele è stato legittimo, naturalmente e tradizionalmente legato al territorio mediorientale”. Anche l’industria alimentare svolse un ruolo fondamentale nella gastronazionalizzazione israeliana, nella naturalizzazione del cibo orientale. L’azienda Telma Food commercializzò per la prima volta la ricetta dell’hummus nel 1958, segnando il suo ingresso ufficiale nell’industria del cibo. Fu Telma a definire la pietanza come “piatto nazionale d’Israele”, nella sua vendita e pubblicità, trasformando definitamente Gerusalemme nella capitale dell’hummus.

3. Nonostante ciò, sin dalla fine degli anni 80 del Novecento, l’identità araba è lentamente riemersa. Questo cambiamento di rotta lo si deve all’interazione politico-sociale tra Stati mediorientali di quel periodo, che spinse a rivalutare il concetto di autenticità culinaria. Un trend che si realizzò soprattutto nel corso della prima guerra con il Libano. Nei quartieri arabi di Gerusalemme, gli israeliani andavano a caccia dell’autentico hummus. Quello “tradizionale” e meno costoso, concepito come espressione dell’alterità.

In questo frangente, il consumo di cibo appariva come strumento per addomesticare l’ignoto, la paura dell’Altro. Il cibo viene difatti ingoiato, interiorizzato, trasformato per diventare parte del sé. Una mercificazione della differenza che si manifesta nella “cucina etnica”. Qui “mangiare l’Altro” assume una doppia valenza. Finisce per significare innanzitutto un’affermazione di potere, di privilegio, una distinzione dell’io; ma anche una superamento del pregiudizio occidentale/bianco nei confronti dell’Estraneo e del diverso.

Il sociologo Guion ritenne che l’atteggiamento degli Israeliani nei confronti della cucina araba, soprattutto quella palestinese e libanese, riflettesse, più in generale, la marginalizzazione degli Arabi d’Israele. Il tutto risultò in una continua appropriazione di alcuni tratti della cultura culinaria dell’Altro, senza però la volontà di riconoscere e ricordare la reale provenienza. Un colonialismo alimentare che ingloba, demolisce e ricostruisce alcuni aspetti, cancellandone l’origine storico-culturale. L’hummus che prima rappresentava il nemico, ora è parte integrante della storia di Israele e dei suoi menù dei ristoranti, in tutto il mondo.

Il cibo non è solo nutrimento. Ha altri significati: conseguenze e ramificazioni più profonde, che non possono essere ignorate. Se è vero che il cibo unisce, fungendo da “ponte tra popoli”, è anche vero che – in casi come questo – è anche discriminante, elemento di divisione e motivo di conflitto.