Gli schiavi del nostro cibo

6 Giu 2020 | Slow Eating

Mai come quando si avvicina l’estate sentiamo parlare di caporalato. In questi giorni, con un certo anticipo sulla stagione estiva e con un accento sulla questione regolarizzazione, il fenomeno del caporalato è tornato ad occupare la scena mediatica. Tuttavia, pochi conoscono davvero il nuovo schiavismo che le etichette alimentari non trasparenti portano con sé.

Ma come funziona il caporalato?

La Capitanata, distretto per eccellenza del cosiddetto “oro rosso”, vede il radunarsi di decine di migliaia di braccianti di pomodori. Si tratta di una transumanza di corpi, di raccoglitori stranieri stagionali, che si spostano per guadagnarsi da vivere. I turni massacranti li vedono costretti a 12-13 ore di lavoro al giorno sotto il sole cocente tipico dell’estate pugliese. Piegati sui campi per rifornire la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) della materia prima necessaria per le passate di pomodoro, simbolo del tanto osannato Made In Italy.

Il lavoro è sfiancante. La paga misera. Le condizioni abitative raccapriccianti. I lavoratori, impiegati illegalmente, senza un contratto o garanzie, conducono un’esistenza tra pareti di lamiera delle baracche e distese di campi da coltivare. Parliamo di nuovi ghetti, posti ai margini della società. Abitazioni di fortuna ed insediamenti informali, senza acqua corrente, elettricità, con letti squallidi e latrine senza un vero impianto fognario.

La presenza di questa popolazione rappresenta una ghiotta occasione di business per le agromafie; personale sprovvisto di documenti da poter sfruttare a piacimento nella raccolta di pomodori, ma anche di asparagi, uva, broccoli. Pagati a cottimo, sulla base della velocità: 3,50€ per un cassettone di pomodori. A fondamenta del lavoro non ci sono contratti, ma accordi informali gestiti dei “caporali”.
Sono loro gli intermediari; spesso della stessa nazionalità dei lavoratori, i caporali reclutano i braccianti da impiegare a giornata. Regolano il lavoro, costituendosi come anello di congiunzione tra produttore e braccianti. Organizzano tutto (anche i servizi accessori, come il trasferimento dai ghetti ai campi, il compenso, il posto letto) e sottraggono percentuali dalle paghe dei malcapitati.

Stabiliscono loro chi lavora e chi no. Chi si ribella, o chiede giusti compensi, muore.

Il caporale però è solo uno degli elementi a costituzione della catena di sfruttamento della manodopera agricola in Italia. Un anello paramafioso, ma non strettamente all’origine dell’orrore subito dai braccianti.

Il problema infatti sta a monte. O forse, meglio, a valle. I pomodori raccolti finiscono sugli scaffali della GDO. Al supermercato, la passata di pomodoro, grazie ad una costante azione di strozzamento dei prezzi, finisce nelle mani dei consumatori per soli 0,39€. Un gioco malato di prezzi, costantemente a ribasso, che si ripercuote però sull’anello più debole della catena alimentare: i braccianti. La GDO comprime i costi, limitando il margine di guadagno del produttore, che è a sua volta costretto a tagliare i propri costi, pagando una miseria i lavoratori. Basta allargare un po’ lo sguardo e l’orizzonte appare già più nitido. Il prezzo più alto è pagato da chi raccoglie, non da chi acquista.

Il grande paradosso della filiera agroalimentare italiana, tutt’altro che sana.  
L’attuale governo ha perso una grande occasione, posticipando ulteriormente la caduta di questa filiera sporca. La regolarizzazione del nuovo “decreto rilancio” è temporanea (permesso di soggiorno garantito dai 3 ai 6 mesi).

Per combattere il caporalato ci vogliono documenti in regola per chi lavora; un’azione politica a beneficio di tutto il comparto produttivo. Necessaria è poi unatrasparenza della filiera, dal campo alla tavola. Le etichette devono certamente raccontare il marchio, ma anche la materia prima che rappresentano. La certificazione biologica non basta più se c’è chi muore per una scatola di pelati.

NO CAP

C’è un caldo afoso a Douala, ma Yvan non stacca nemmeno per un secondo lo sguardo dal televisore. Maldini sta per calciare, momento che tiene il bambino con il fiato sospeso. L’Italia si sta giocando il suo Mondiale, e con esso anche il futuro della sua agricoltura. Sarà lo stesso Yvan a stravolgerne le sorti, qualche anno più tardi. Innamoratosi con quelle immagini calcistiche del Bel Paese e del costume italiano, decide di imparare la lingua e fare domanda per una borsa di studio. La otterrà nel 2008, approdando nei trafficati corridoi del Politecnico di Torino, per studiare ingegneria delle telecomunicazioni. Per mantenersi gli studi, si trasferisce più a Sud, in cerca di un lavoretto estivo.
Arriva tra i campi di pomodoro di Nardò, Puglia, nell’estate del 2011. Ed è qui che la sua vita cambierà per sempre.

Yvan scopre il caporalato. Lo sfruttamento dei braccianti agricoli. L’iniquità delle paghe. Le lotte per garantirsi un letto su cui passare la notte. Resiste, tiene duro per qualche tempo. La goccia che fa traboccare il vaso dell’esasperazione di Yvan è larichiesta di intensificare il lavoro sotto il sole cocente. Le 16 ore non bastavano più al suo caporale. Così il ragazzo si organizza con i suoi compagni di sventure. Mettono su il loro primo sciopero autonomo, facendo leva sulla dialettica e maggiore consapevolezza di come gira il mondo di Yvan. Un momento di svolta per chi non conosce alcun riconoscimento normativo.

La sete di libertà e giustizia fa risuonare in tutta Europa le condizioni di lavoro disumane di chi produce il cibo con cui imbandiamo le nostre tavole. Per la prima volta, il caporalato diventa reato in Italia.
Qualche anno più tardi, Yvan Sagnet pubblica due testi – tra cui figura anche la sua autobiografia – e viene insignito della nomina di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, per mano e volere di Mattarella.

Con l’associazione No Cap, di cui è presidente e fondatore, Yvan ora cerca di diffondere la cultura dei diritti (quelli brutalmente calpestati dei suoi precedenti datori di lavoro). “No Cap” ad oggi è diventato anche il bollino di garanzia dell’assenza di sfruttamento tra i campi di pomodoro. Così vengono bollate scatole di pelati e bottiglie di passata. La volontà è quella di una produzione sostenibile, che rispetti terra e collaboratori. Garantire un’etichetta trasparente e narrante, in difesa dei braccianti e a garanzia dei contratti.

UNA BUONA ETICHETTA

Il caporalato ci riguarda tutti. Ci coinvolge e ci trasforma in mostri e carnefici, nella nostra oziosa quotidianità. Il cibo che mettiamo sulle nostre tavole si macchia del sangue di chi muore di fatica nei campi.

Quei “prezzi sempre bassi” del supermercato dietro casa sono all’origine del problema. Dietro quelle offerte irrinunciabili, c’è lo strozzamento di un’intera filiera alimentare. C’è la violenza dei caporali e lo sfruttamento dei braccianti irregolari. C’è la nascita di ghetti senza elettricità e lotte tra disperati. Quando acquistiamo un marchio piuttosto che un altro, stiamo scegliendo quali dinamiche produttive finanziare e sostenere. 

Il consumatore ha quindi il diritto e l’obbligo di sapere cosa sta acquistando. La necessità di una certificazione di assenza di caporalato – come quella “no cap” – dovrebbe essere la regola, soprattutto quando si parla di vite umane. Acquistare una passata di pomodori marchio Eurospin a 0,39€ significa giocare alla roulette russa; chi morirà per raccogliere i nostri condimenti per la pasta?