Con la pandemia che avanza rimarremo senza frutta e verdura

29 Mar 2020 | Slow Eating

Il Covid-19 non risparmia nessuno; colpisce anche uno dei settori primari, già in forte crisi prima dello scoppio della pandemia: l’agricoltura. In questo periodo, frotte di lavoratori stagionali sarebbero arrivati dall’Europa dell’Est e dal Nord Africa per raccogliere, tagliare e trasformare frutta e verdura dei campi italiani.

Un lavoro sfiancante e molto spesso sottopagato, che prevede anche, in alcuni casi, lo sfruttamento della manodopera straniera, senza l’impiego di alcuna forma contrattuale valida. Tuttavia, stiamo imparando a nostre spese quanto questa categoria di lavoratori sia l’elemento fondante della nostra industria alimentare. Ci sono necessari per non morire tutti di fame.

Gli agricoltori hanno presto lanciato il grido dall’allarme; Coldiretti ci fa sapere che quest’anno mancheranno nei nostri campi 370mila lavoratori regolari provenienti dall’estero. L’intera filiera produttiva è quindi a rischio. Con frontiere chiuse e Schengen-cartastraccia, questa manodopera non può raggiungere i campi italiani o quelli del resto dell’Europa occidentale. La conseguenza fondamentale è che le primizie di questo periodo non possono essere raccolte, ma rimarranno invece a marcire. Chiaramente uno spreco di risorse e di cibo, che va contro tutti i 17 SDG sanciti dalle Nazioni Unite per il 2030.

Se guardiamo poi agli interventi predisposti dal governo italiano, al momento non possiamo che metterci le mani nei capelli e piangere in mandarino. Nel DPCM del 22 marzo 2020, sono state individuate tutte quelle attività che possono continuare a svolgersi, poiché ritenute “essenziali”. Chiaramente, l’agricoltura, l’allevamento e l’apicoltura sono annoverate tra queste. Tutto ok, quindi?

No. Si apre un tiny little problem. Un cavillo burocratico che dà la mazzata finale agli “hobbisti“, ovvero tutti coloro i quali non hanno partita iva, ma svolgono comunque un’attività agricola (occasionale). Questi non potranno continuare a seguire la propria piccola attività, perché il loro codice Ateco – ovvero il codice che classifica le imprese – non risulta in quella lunga lista predisposta dal Governo.
Se hai qualche alveare, ma non hai partita Iva e sei un hobbista, saluta le tue api. Sciameranno via insieme alla speranza di non morire soffocati sotto lo schiacciante peso di questa crisi economica globale.

Non pensate che oltre i confini europei la situazione sia meno allarmante. Anche l’Inghilterra deve fare i conti con l’assenza di manodopera in agricoltura. Mancano all’appello 90mila lavoratori in filiera, provenienti da Ucraina, Moldavia, Lituania, Bulgaria etc. Tutti i paesi non-EU però hanno chiuso i battenti; nessuno esce e nessuno si sposta, dato che anche la maggioranza delle compagnie aeree ha cancellato o ridotto i suoi voli. Diverse associazioni inglesi stanno cercando di convincere il governo della Regina a reclutare forza lavoro straniera, impiegando anche aerei charter che recuperino il personale direttamente in loco.

Il clima è perciò tremendo. Questa crisi anti-globalizzazione richiede un grande ritorno dello stato. Iniziamo a fare più affidamento sullo stato, sul governo, chiedendo a gran voce un suo intervento per tenere in piedi la salute e l’economia. Una spinta non del tutto neoliberale, ma anzi piuttosto sovranista. Ovunque, nel mondo, si osserva una tendenza al rafforzamento della mistica dei confini, una chiusura globale delle frontiere e un’individualismo crescente.

L’esempio lampante è la stessa “Europa delle discordie“. In una situazione diversa da quella pandemica che stiamo attraversando, (forse) l’Unione Europea non avrebbe fatto distinzione di trattamento sanitario ed economico, aiutando con incentivi e interventi efficaci tutti i suoi stati membri. Al momento, invece, la direzione intrapresa è diametralmente opposta. I governi del Vecchio Continente curano tutti il proprio orticello, rendendo Schengen e l’unione un ricordo lontano.

Prima lo “straniero” non era ben accetto; ora invece chiediamo a gran voce che si organizzino operazioni statali di recupero manodopera agricola. Se c’è qualcosa quindi che stiamo imparando da questa pandemia di Sars-CoV-2 è che quei lavoratori che diamo ormai per scontato (agricoltori, allevatori, cassieri del supermercato, autotrasportatori, infermieri, OSS, etc) sono in realtà fondamentali per il funzionamento della nostra società iper-globalizzata.

Chissà, però, se una volta finita, ce ne ricorderemo.

Fonti: agricoltura italiana a rischio, situazione inglese, dati Coldiretti, Stato e pandemia